Non parlar male del catrame: la Via degli Dei.

Il silenzio è una traversata. Bisogna avere un bagaglio per osare quel viaggio.
("L'altro lato del mondo", Mia Couto)

Sono partita l’8 maggio, direzione Bologna.

Arriva un momento in cui i troppi libri letti e il bisogno di camminare si coalizzano e ti obbligano a partire. Il Nepal è troppo lontano, le montagne chissà, facciamo finta di prender tempo, almeno fino a quando non sarò abbastanza brava; ho un GPS nuovo di pacca da battezzare e qualche giorno a disposizione. La Via degli Dei, col suo essere ormai inflazionata e abbastanza lunga da metterti alla prova, pare una buona opzione: cinque giorni tra Emilia Romagna e Toscana, 130 km spalmati in cinque tappe.

Siamo io, lo zaino e la Nikon. È la prima volta che mi prendo qualche giorno di cammino tutto per me, se si fa eccezione per una salita casalinga sul monte Penna di Sembra in un tiepido dicembre di un paio d’anni fa, e una solitaria al rifugio Brentei in Dolomiti. Ah, poi c’è stata anche la volta in cui, partendo dal Passo Gavia, dovevo arrivare ai 3122 m del Bivacco Battaglione Monte Ortles, ma poi il temporale mi ha fatto ridurre l’escursione a un piatto di tagliatelle al sugo di cervo, una birra e una fetta di strudel: un modo come un altro per combattere il nervosismo.

Di fatto, però, viaggi sola con me stessa non ne ho mai fatti e mi è parso un buon momento per iniziare, fresca di zona rossa e tutti gli stravolgimenti che l’esser obbligati a fermarsi implica. Dopo quel paio di mesi chiusa in casa macinando libri e lavori al computer, tra le pieghe di una quotidianità impregnata di monotonia, sono spuntati i semi di un’esigenza che era già tutta lì, non solo perché mi piace scrivere di quanto sia bello stare per i fatti propri (qui e, ribadito, qui) o perché non riesco a stare troppo ferma in un posto, ma perché, forse, nel cammino ci sono le tracce di un modo di pensare il mondo che si accorda bene con ciò che mi piace pensare d’essere.

Del resto, sono anni che mi sposto qua è là con zaini più pesanti di me, che passo lunghi periodi lontano da casa con lo stretto necessario attaccato alla schiena e che mi muovo come se avessi sempre un piede in montagna. Partire per un cammino era solo questione di tempo. A distanza di un mese, come riassumere quei cinque giorni? In due modi: in primo luogo, troppo asfalto; in secondo, la mia malcelata imbranataggine sociale.

La Via degli Dei è un itinerario che oscilla tra il T e l’E, quindi, se si esclude la lunghezza, non presenta difficoltà tecniche. L’unica parte segnata come EE è la salita al monte Gazzaro il quarto giorno (ma pioveva, quindi nulla, tagliamo per il sentiero facile. Accidenti). Una cosa a cui non avevo minimamente pensato è che T potesse voler implicare l’abbondante presenza di asfalto: infatti, ecco che già dal primo giorno mi ritrovo a calpestare una linea. Avevo tenuto conto delle strade bianche, che già mi fanno pensare a quanto sarebbero più comode con una bicicletta sotto al sedere, ma non mi aspettavo di camminare così spesso accanto a delle macchine. Colpa del mio esser montanara: prima di vedere un accenno di catrame davanti a casa mia sono occorsi anni.

Va da sé che una bella fetta di tempo l’abbia speso a inveire contro il dio asfalto, nostro signore della modernità, con cui ho fatto leggermente pace solo il quarto giorno, quando sotto al diluvio, le strade larghe e trafficate mi hanno fatto velocizzare la tappa. Insomma, non tutto il catrame vien per nuocere, ma quel che viene, affatica assai le ginocchia e rende ogni passo una piccola tortura per ogni fibra del corpo, soprattutto se è già qualche giorno che si cammina.

Menomale esistono i sentieri, alternativa fuori moda a una contemporaneità che ha fretta di arrivare a destinazione.

Su un piano squisitamente personale, la Via mi ha ricordato quanto, pure a un tiro di schioppo dai trent’anni, rimanga una persona assai imbranata quando si tratta di faccende sociali (e socievoli), col mio essere un po’ burbera, un po’ umorale e sempre pronta a sguazzare in un silenzio in cui non spiccico parola nemmeno sotto tortura. Sono partita per conto mio e sola volevo stare, è vero, ma sono abbastanza sicura che esistano solitari più capaci di me di far buon viso a cattivo gioco, rendendosi affabili e sorridenti quando arriva il momento di condividere il percorso con altri viaggiatori. Nel mio caso, dopo una serie di tentativi più o meno abortiti, tutti all’insegna di un sentirsi, per certi versi, incapace di fare come le persone normali, ho preso a ingranare anche su quel frangente. È stato solo alla fine della seconda tappa che in me si è aperto un altalenante spiraglio di affabilità. Qualcuno mi dia una pacca sulla spalla, perdindirindina.

Buffo constatare come le persone con cui ho legato maggiormente siano anche quelle che si sono rivelate più rispettose e pazienti nei confronti delle mie mancanze. In un ultimo giorno in cui mi sentivo più vicina a una Navy Seal piuttosto che a una camminatrice, sotto al temporale e sopra a troppo fango, è stato bello spendere le ultime ore tutti insieme, con chi si era preoccupato della fotografa che viaggiava da sola e che, con la propria accortezza, è riuscito a superare tutte le barriere di una me particolarmente imbranata nell’ultimo periodo.

Viaggiare da soli è bello, c’è tutto un mondo da scoprire e che parte, in prima istanza, dal proprio corpo: sì, perché si può essere (o non essere, come nel mio caso) allenati, preparati e mentalmente ben disposti, ma alla fine dei conti, chi cammina è il nostro corpo, sono le nostre gambe a darci la scrollata decisiva alle 5:30 di mattina e a farci seminare i passi fino alla meta. C’è tutto un modo di reagire e affrontare la fatica che, nella quotidianità, rischiamo di non conoscere mai, ma di cui non si può più fare a meno una volta scoperto: il corpo è ciò che può dare tantissimo quando c’è da stringere i denti e, in un’ancestrale saggezza che mi accomuna al mio cane quando si spancia per riprender fiato dopo ore di cammino, è anche capace di non fare mezzo passo avanti quando, posato lo zaino, si è finalmente sdraiato sopra al sacco a pelo.

Alla fine dei conti, la Via degli Dei è stata un buon punto di partenza, una palestra per scoprire qualcosa di sé, pensar meno e camminare di più. Ora si tratta di capire verso dove ripartire, tanto lo zaino è pronto.

(Articolo pubblicato su Arkadia Collective Lab)

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