Le piccole verità di René Daumal.

René Daumal è stato scrittore, pensatore, poeta e mistico. Morto giovanissimo all’età di trentasei anni, la sua vita rappresenta un compendio di complessità: in poco più di tre decenni è riuscito a inscriversi nell’universo letterario francese al fianco di nomi come Roger Gilbert-Lecomte, Henry Michaux e Antonin Artaud. Prima filosofo, poi scrittore, traduttore di Hemingway in francese, studioso di sanscrito, fa uso di sostanze allucinogene, si avvicina al buddismo, scopre infine le dottrine di Gurdjieff. È a lui che dedicherà gli ultimi anni della propria vita ed è seguendo i suoi insegnamenti che inizierà a scriver Il monte analogo, opera incompiuta che, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto essere la trascrizione di quella ascesa che lo stesso Gurdjieff insegnava ai suoi discepoli.

Daumal aveva la passione per la montagna, non a caso la trasposizione letteraria della quarta via di Gurdjieff coincide con la scalata a quel misterioso monte di cui non si conosce l’ubicazione esatta ma di cui si è certi dell’esistenza: il monte analogo diventa così rappresentazione concreta di un percorso personale che lo stesso Daumal stava compiendo in quel periodo, ben conscio del proprio corpo malato e dell’esigenza di lasciare qualcosa di quella consapevolezza che aveva ormai raggiunto. Il libro terminerà con una virgola, una frase interrotta su cui ciascuno potrà rintracciare le coordinate della propria scalata.

Non parlerò della montagna, ma per mezzo della montagna. Con questa montagna come linguaggio, parlerò di un’altra montagna che è la via che unisce la terra al cielo, e ne parlerò non per rassegnarmi, ma per esortarmi. Così scrive nei suoi appunti: la montagna viene creata mediante l’esercizio linguistico, diventa l’immagine di una ricerca personale che trova nella sfida col monte la messa alla prova di sé. La parola traccia la via, crea i presupposti per l’ascesa e mostra, al contempo, cosa rimane della ricerca una volta che questa termina. Leggere Il monte analogo significa addentrarsi in una rivelazione che, come tale, non può che dirsi sempre limitata ed esclusiva: è la verità di Daumal e il suo tentativo di mostrare il cammino a chi cerca di ripercorrere quei medesimi passi. Si tratta di un testo a tratti misterioso, incompleto e perciò infinito.

Nell’opera di Daumal, la lingua si fa gioco, esortazione, sostegno. È lo strumento di lavoro e il percorso da seguire per giungere a quella verità che l’autore vorrebbe condividere. La parola diventa pietra: la montagna è la via per la quale l’uomo può elevarsi alla divinità e la divinità rivelarsi all’uomo, come insegna il popolo tibetano che chiama Chomolungma (“Dea madre della terra”) la vetta che noi occidentali abbiamo ribattezzato Everest.

Un anno prima di iniziare a lavorare al romanzo, Daumal aveva buttato giù un altro testo, un «trattato di alpinismo analogico» che avrebbe funto da punto di partenza. In queste poche pagine si trova la base di un vivere la montagna che diviene specchio dell’errare per il mondo, come se i propri piedi calpestassero costantemente la roccia. A scrivere è l’alpinista in erba, ancora romantico; più che una conquista geografica, la sua è l’attenzione al viaggio: non ci sono bandiere da apporre ma un percorso da intraprendere, qualcosa che si vive interiormente attraverso i gesti e i pensieri che si compiono camminando.

Affrontare la montagna diventa specchio di un sé che nel procedere si riconosce e si scopre anche nel rapporto con chi troverà lungo il cammino. Prenditi cura della via, del monte e di chi incontrerai: ecco cosa emerge dalle parole di Daumal, sempre a cavallo tra un’attenzione egoriferita e lo slancio verso l’altro. Rispondi delle tue tracce davanti ai tuoi simili, così traduce le responsabilità insita nel viaggio: montagna come ponte, palestra per chi cerca sé stesso, scuola da cui apprendere un diverso modo di vivere la civiltà umana.

Daumal parlava della propria storia «vestita con parole di montagna», in un tentativo di unificare alpinismo e ricerca interiore, come se la scalata reale fosse, primariamente, una messa in discussione di ciò che ciascuno crede di essere. Per questo motivo, diventa anche cura dell’altro, di chi ci seguirà e che, in qualche modo, farà affidamento sui nostri passi per procedere: il monte analogo insegna all’uomo come far ritorno all’uomo, come averne cura perché avrà imparato cosa significa accudirsi nell’ascesa alla cima. Insegna che ciò che conta non è la vetta, ma i passi percorsi per arrivare fino a lì, capaci di insegnarci a trattenere lo spirito della montagna anche quando si torna al cemento.

La scalata dell’Everest è un obiettivo sufficientemente grande per un alpinista, scriveva George Mallory nei suoi diari. Il Chomolungma, casa della dea Miyolangsangma, che, in origine, sarebbe dovuto rimanere rispettosamente inesplorato, perde la propria sacralità sotto gli insistenti colpi di un alpinismo che, a distanza di decenni, collassa in un turismo di alta quota di stampo schiettamente sportivo. Oggi che i tempi sono cambiati, quel colloquio fra gli uomini e le divinità, come i tibetani interpretarono la morte di Mallory e Irvine sul tetto del mondo, uno dei modi più belli in cui la leggenda dei due alpinisti è stata raccontata, forse non è più possibile. Lo stesso Mallory, spese pagine nel tentativo di porre l’alpinismo in termini diversi dal semplice sport, cercando di affermarne lo statuto del tutto eccezionale di una disciplina che diventava presto modo di vita. Le tracce di Mallory hanno portato altrove chi le ha seguite, ignorando gli insegnamenti più profondi che l’Everest gli aveva tramandato e limitandosi alla mera conquista della cima.

Daumal consigliava il rispetto delle tracce distribuite con parsimonia, mai eccessive o esagerate; raccontava la storia di un monte che portava alla conoscenza e di un cammino solitario che sarebbe servito anche per altri. Chissà se nel 1924 Mallory è stato il primo a raggiungere la Dea madre della Terra, forse lui è Irvine sono stati davvero a colloquio con le divinità e, in una frenetica danza di nuvole, hanno trovato il luogo in cui le domande finiscono e lo spazio si fa sottile e trasparente, dove non c’è altro se non una conoscenza che diviene silenzio.

Certo è che ai posteri, orecchie sorde e occhi attenti, tutto ciò che è rimasto è la traccia della possibilità dell’uomo contro l’Everest, un “si può fare” che ha dato il La al turismo di oggi. Forse, l’alpinismo qualcosa ha perso nella conquista nel Chomolungma. Mentre l’uomo ha scoperto di poter arrivare oltre gli ottomila, sulla vetta più alta, si è dimenticato il percorso fatto e lo spirito di chi l’ha reso possibile. Forse, aveva ragione Daumal e la sua “Civiltà”:

"Quando la parola venne scritta
per la prima volta,
l'aria illimpidita non pesava più nelle teste
e le moltitudini avevano sete.
Tutti i semi morti, morti nella loro progenie
la pula era la tomba del chicco,
la montagna aveva smesso di sanguinare,
e la terra del sangue era pietra,
e l'acqua del sangue era nel mare,
e il fuoco del sangue era nel fulmine.
Gemevano, i vecchi rivestiti di ruggine:
«... ritorna alla ruota, o mio respiro!
va' a scalpicciare sui pianeti
con i tuoi passi grevi nella notte delle caverne.
I miei figli non hanno più pensieri!
I miei bei bambini hanno il cervello vuoto.
La vita è facile, non vivono più...»
e i vecchi morivano tra le fauci della montagna,
i loro volti venavano il marmo,
sotto le selci dormivano profondi
quelli che furono più profondi del fondo delle loro ossa.
Sotto un torace d'uccello il vuoto 
senza limiti ha smesso di brusire.
Mille lupi ciechi in questa soffitta!
e io che non più respiro."

In chiusura, un paio di letture:

René Daumal, Il monte analogo, Adelphi Edizioni s.p.a., Milano, 2020

René Daumal, Controcielo, Edizioni Tlon, 2019

George Mallory, Everest, la montagna di una vita, Ulrico Hoepli Editore S.p.A., Milano, 2018

Italo Neri, Ugo Martegani, Terribile Everest, Licinio Cappelli Editore, Bologna, 1953

(Articolo pubblicato per Arkadia Collective Lab)

1 Comment

  1. L’uomo cerca se stesso nel creato che lo contiene, ma non impara da ciò che il Creatore insegna.
    Una continua ricerca dell’essere che sembra non avere fine.
    Ma il solo cercare ha, di fatto, un significato profondo in ciascun essere senziente: la ricerca infinita dell’origine, anche se questa è nell’evidenza più prossima.
    Trovare se stessi significa accettare gli altri come parte del creato.
    La parte più difficoltosa è farsi accettare fagli altri per quello che si è.
    Ma, altrettanto difficile, è capire chi siamo veramente, al di là delle semplici impressioni che la superficie ci offre.
    Rivelarci agli altri per quello che siamo veramente, ci espone al giudizio e il giudizio ci opprime.
    Conoscere stessi sarebbe fondamentale per capire gli altri: siamo tutti una parte di un creato più grande.
    Senza gli altri sarebbe il nulla più assoluto.
    Scaliamo la montagna, ma rispettiamone l’essenza.
    Questo è il mio pensiero.

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