Corollario per uomini in cerca di solitudine: seconda parte.

You and I will never know what the North Pond Hermit knows / What it’s like to be alone when a decade comes and goes.
(We don’t know what the North Pond Hermit knows, Stanley Keach)

Fino a questo momento, si è parlato di casi particolari di solitudine e di fuga, autori che, a un certo punto della loro vita, hanno deciso di prendersi una pausa dal mondo e allontanarsi da tutto. Il vero eroe della nostra storia, però, è un altro: si chiama Christopher Knight e nel 1986, appena ventenne, decide di abbandonare il mondo degli uomini per andare a vivere nei boschi del Maine. Questa è la sua storia.

Siamo vicino Rome, Maine, cittadina tranquilla, luogo di villeggiature estive lungo lago, niente di troppo emozionante a incrinare la superficie della zona, se non fosse per i furti che, periodicamente, si consumano attorno alle case vacanza di questi onesti cittadini americani. Ogni anno, durante la primavera e l’autunno, fuori dai weekend, qualcuno si introduce nelle case deserte per ripulire frigoriferi e dispense. Un gigantesco procione, insomma. Il vero colpevole, però, è Knight, il nostro eroe, il quale, pur facendo a meno di tutto, non può rinunciare a mangiare.

La volontà di stare solo, di tagliare i ponti col resto dell’umanità lo spinge a vivere come parte integrante della natura a cui si conforma: un luogo riparato dove dormire, brevi escursioni programmate per trovare cibo, il ritmo di vita mantenuto in sincronia con le stagioni e i cambiamenti ambientali. Niente ninnoli o inutili artifici, persino il tempo è un optional di cui poter fare a meno. Ogni gesto viene attentamente valutato, pure il furto è strettamente calcolato e ridotto allo stretto indispensabile; le giornate passano monotone, forse, ma libere: accudire il proprio riparo, sgranchirsi le gambe, ascoltare la radio (uno dei pochi lussi umani che si concede), l’apparante noia in cui vive lo accomuna agli animali che lo circondano.

Non deciderà mai di tornare indietro, nemmeno negli inverni in cui è vicino all’assideramento, o nelle numerose volte in cui rischia di morire di fame: il suo è un abbandono completo, l’annullamento di sé nella cornice del bosco, una vita dedita alla sparizione e al silenzio. In 27 anni di isolamento incontra solo un’escursionista a cui rivolge un cortese “salve” e nessun altro, nessuno ne conosce l’esistenza e tantomeno lo cerca. Viene scoperto dopo quasi tre decenni dall’agente Terry Hughes che lo sorprende in uno dei suoi periodici furti di provviste e altri beni di prima necessità (pochi, in realtà: i vestiti che indossa, qualche libro da leggere, torce, pile e combustibile da barbecue). La storia dell’eremita termina con una colpa: la medesima società da cui ha preso le distanze ora lo condanna per la sua decisione perché a nessun uomo è concesso di cader fuori del suo controllo e dalle sue leggi. Knight sconta una pena carceraria di un anno perché agli occhi della giustizia americana lui è un ladro: come sottolinea Michael Finkel (giornalista che ne scrive la storia e che intrattiene una lunga corrispondenza con l’uomo di cui poi diventerà, a suo modo, amico), nella storia dell’eremitaggio, il distanziamento dagli uomini non può mai dirsi totalmente completo perché viene sempre mediato dall’esigenza di soddisfare il bisogno primario del trovare cibo. Il mondo si accorge di lui per quell’unico legame che non può scindere con la sua specie.

Come gli altri eremiti della storia, anche Knight suscita la curiosità e lo stupore della popolazione. Lena Friedrich gli dedica il documentario “The Hermit. The true legend of the North Pond Hermit”, per lui vengono scritte canzoni (il brano di Stanley Keach citato in apertura, ma anche “The North Pond Hermit” degli Half Moon Jug Band), gli si dedicano panini e pellegrinaggi. Il fenomeno Knight attira curiosi un po’ da ogni parte: ci si chiede come abbia fatto a passare trent’anni in isolamento, se non sia solo un povero pazzo (da una parte e dall’altra spuntano esperti e psicologi che vogliono aver l’ultima battuta sull’intera faccenda); alla fine della festa, la cosa più semplice che ci si chiede è perché? Knight, con la flemma che può avere solo un uomo che non è più così abituato ai costumi civili, risponde a tutto il carrozzone che lo circonda con un laconico perché sì. In una società votata al calcolo e alla riduzione in categorie e concetti, la semplicità con cui Knight si scrolla di dosso i loro tentativi di giustificarlo è la vittoria dell’eroe. Eppure, la storia continua e questo non è il lieto fine.


Finkel mette in risalto una questione: l’impossibilità concreta della solitudine. Lo stato americano ha punito Knight, non tanto per i suoi crimini, quanto per il suo tentativo di fare a meno di esso: arrivato a vent’anni, il giovane Christopher decide, semplicemente, che ne ha abbastanza del mondo e scappa, si nasconde per non dover più avere a che fare con tutte quelle faccende troppo umane che altrimenti lo coinvolgerebbero inevitabilmente. Ciò che chiede è di essere lasciato stare: dimenticatevi di lui e proseguite come se nulla fosse. Ma questo lo Stato americano non lo permette e punisce l’uscita dai ranghi, prima col carcere, poi con la correzione psicologica del soggetto: Knight è colpevole di aver tradito ciò che dovrebbe essere innato, l’umanità in lui avrebbe dovuto farlo vivere come chiunque altro, invece l’ha portato a rifiutare ogni coinvolgimento con la società e fuggire. Perciò è necessario punirlo, perché il suo caso costituisce un precedente rischioso: in un mondo moderno capace di controllare anche la più infima quisquiglia di ciascuno, nessuno dovrebbe essere in grado di sparire senza lasciar traccia e, soprattutto, facendo a meno di tutti i dispositivi, come li definisce Tesson (somma di eredità comportamentali, sollecitazioni sociali, influenze politiche e difficoltà economiche), che costituiscono l’esistenza di ciascuno.

La storia di Knight ha dell’incredibile se si pensa a come sia riuscito a sparire completamente in questo oggi così complesso e connesso: è, a tutti gli effetti, la macchia scura sulla tovaglia candida che, una volta notata, non può essere ignorata. Cosa accade quando una persona decide che può fare a meno degli altri, e non per un breve periodo ma per la vita intera? Lo si punisce e lo si corregge perché obbligatorio è il suo rientro in società. Lo Stato moderno non può rinunciare nemmeno a mezzo braccio lavoratore, quindi Knight deve tornare, magari chiedendo scusa, già che c’è.

Nelle ultime pagine del suo libro, Finkel racconta i drammatici momenti di transizione di Christopher: costretto a sottostare al tribunale e a tutto ciò a cui trent’anni prima aveva detto di no, pensa di farla finita, il suicidio sembra l’unica alternativa possibile al troppo rumore che lo circonda. Il giornalista, dal canto suo, si trova a fare i conti con i propri scrupoli, vorrebbe aiutarlo a star meglio, il suicidio è una via troppo drastica, ma, allo stesso tempo, fa il tifo per la purezza dell’eroe e non vorrebbe vederlo incasellato e ridotto a uomo tra gli uomini.

Quest’ultima strada sarà quella giusta, anche se lascia l’amaro in bocca e il nostro beniamino viene, forse, sconfitto e riassorbito nelle maglie della società. Alla fine dei conti, la solitudine fisica è una vaga utopia.

In chiusura, un paio di letture:

Michael Finkel, Nel bosco. La straordinaria storia dell’ultimo vero eremita, Edizioni Piemme, 2018

(Articolo pubblicato per Arkadia Collective Lab)

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